
Un giudice del Tribunale di Vallalolid, Spagna, proibisce l’esposizione del crocifisso nelle aule e nei luoghi comuni di una scuola pubblica,imponendone la rimozione. “Libertà di religione e di culto, carattere laico e neutrale dello Stato”, questa la motivazione del provvedimento. E la polemica si riapre anche in Italia riproponendo antiche divisioni tra laicisti,laici e clericali.
Un approccio al problema che tenga conto della pluralità delle credenze e dei culti porta a due strade, entrambe percorribili e percorse: quella del laicismo, cioè proibire l’esposizione di tutti i simboli religiosi ( dallo Chador al Bourka, dal Foulard al Crocifisso); quella della laicità, cioè consentire a tutti di manifestare liberamente il proprio credo in un’ottica di rispetto reciproco.
Ma per amore della coerenza non se ne può considerare una terza ( che taluni laicisti pure percorrono) che calpesti le religioni tradizionali invocando una interpretazione ampia della laicità solo per i culti minoritari.
Eppure io, cattolico, non mi sento minimamente offeso quando incontro una ragazza col volto coperto dal Hijab, o dal fatto che la mia università riconosca festività ebraiche o di altre religioni. Mi sarei sentito offeso invece a non vedere nella mia aula alle elementari il Crocifisso così come sarei stato al fianco di una ragazza islamica se le avessero proibito di entrare in classe per via del suo Bourka.
Potrebbe allora sostenersi che nessuno proibisce di portare con sé un crocifisso, altra cosa invece è l’ esposizione in una scuola pubblica. Quasi l’intangibilità dell’aggettivo pubblico, qualcosa che per rendersi super partes deve per forza essere privo di colore, di lineamenti, di forma. Ma così non è. Il pubblico è sì super partes ma è anche lo specchio di una società con i suoi costumi, i suoi usi, la sua storia. E una religione è parte integrante della cultura di un popolo.
La fede è amica dell’uomo, parte di sé e la storia non molto lontana ( per es. Urss) è testimone del fallimento dei regimi che hanno provato ad annientare un credo e a ridurlo a fenomeno puramente interiore.
Oggi i tempi per una “nuova costruzione degli Stati Uniti d’America ” sono maturi. La globalizzazione porta con sé troppo spesso arrivismo e individualismo. Uno Stato che voglia affrontarla senza limitarsi agli aspetti meramente economici ha bisogno di coinvolgere anche le religioni nella costruzione di un humus di valori dei quali il rispetto sia la premessa e la solidarietà il punto d’arrivo.